martedì 23 marzo 2010

Mine Vaganti

di Alberto Luschi


Scheda
Regia di Ferzan Ozpetek
Sceneggiatura di Ferzan Ozpetek e Ivan Cotroneo

Cast
Riccardo Scamarcio ... Tommaso
Nicole Grimaudo ... Alba
Alessandro Preziosi ... Antonio
Lunetta Savino ... Stefania
Ennio Fantastichini ... Vincenzo
Elena Sofia Ricci ... Luciana
Ilaria Occhini ... La nonna
Bianca Nappi ... Elena
Daniele Pecci ... Andrea

Musiche originali di Pasquale Catalano
Fotografia di Maurizio Calvesi
Montaggio di Patrizio Marone
Scenografie di Andrea Crisanti
Costumi di Alessandro Lai

Trama
Non va mai svelata.

Recensione
Nella moltitudine dei film presenti in sala in questo inizio del 2010 consiglio vivamente a chi ci segue di non perdere assolutamente "Mine Vaganti", l'ultimo intenso film Ferzan Ozpetek. Amo ad intermittenza le opere di questo regista, certamente non per le sue evidenti capacità tecniche e di direttore di attori, ma principalmente per la ripetitività di certe tematiche. Questa volta Ozpetek si supera e ci rapisce con un film dolceamaro: la tematica omosessuale viene superata brillantemente e liberata dalle classiche visioni dei "diversi" che annaspano in un mondo che non gli capisce e vuole, ma anzi ci dona spesso una viosione di una famiglia che s'incrina, si scontra e si abbraccia in conflitti reali con allontanamenti / avvicinamente mai del tutto consolatori o artificiosamente crudeli per generare lacrime a comando. In un film dove una famiglia scopre di avere un figlio omosessuale, i personaggi sono figure vere e semplici che ci somigliano molto da vicino. Sono uomini e donne che esprimono pensieri veri senza filtri buonisti. Legata dal filo conduttore di una donna che per tutta la vita a vissuto una vita imposta da una mentalità antica, la trama si snoda tra personaggi costantemente in crisi, perennemente messi a confronto con una realtà fragile pronta a sgretolarsi continuamente. Ed è qui che Ozpetek mostra il suo talento, portando le sue maschere costantemente sul baratro senza mai farli cadere del tutto grazie al conflitto e il bisogno di comunicare con gli altri: non è ciò che tutti viviamo giorno dopo giorno?
Un cast perfetto fatto di attori di prima grandezza, tra cui spiccano uno Scamarcio maturo e intensissimo, un Ennio Fantastichini superbo (guardatevi la scena del bar dove piange e ride al contempo) ed un Alessandro Preziosi da David di Donatello, ci porta a confrontarci con grandi temi con la leggerezza di chi ha capito che per comprendere drammi e presunte diversità bisogna innazitutto saper sdrammatizare.
E tutti si dibattono, si dimenano in affanni ma riescono sempre ad accennare un sorriso e trovare la via del superamento delle paure anche attraverso la splendida figura della nonna, in realtà il personaggio più moderno intrappolata una vita intera in una vita non voluta fino al riscatto a favore della famiglia: la mina vagante che riunirà adri e figli !
Chi ancora deve vedere il film non legga questo commento finale, non evitabile poichè importantissimo: vorrei sottolineare il colpo di genio della sceneggiatura, il messaggio intrinseco del film fatto filtrare al pubblico con leggerezza e sottigliezza: il personaggio di Scamarcio, prima di un finale commovente e toccante (similare per analogie al film "L'uomo nero" di Rubini), afferma la propria identità nei confronti della famiglia nel desiderio di divenire scrittore, senza rivelare la propria identità sessuale. E'qui che dovremmo concentrare le nostre menti per espanderle nella vita reale: non importano le inclinazioni sessuali che ci contraddistinguono, ma ciò che decidiamo di essere per affermare la nostra anima nel mondo. Complimenti Ozpetek, grazie di farci tornare alla realtà più leggeri e consapevoli: pochi film riescono in questa grande impresa !
Alberto Luschi

martedì 16 marzo 2010

Bastardi senza gloria

di Daniele Mainardi

Scheda
Regia di Quentin Tarantino
Sceneggiatura di Quentin Tarantino
Cast
Brad Pitt ... Lt. Aldo Raine
Mélanie Laurent ... Shosanna Dreyfus
Christoph Waltz ... Col. Hans Landa
Eli Roth ... Sgt. Donny Donowitz
Michael Fassbender ... Lt. Archie Hicox
Diane Kruger ... Bridget von Hammersmark
Produttore esecutivo Lloyd Phillips, Erica Steinberg, Bob Weinstein,
Harvey Weinstein
Prodotto da Lawrence Bender
Fotografia di Robert Richardson (direttore della fotografia)
Montaggio di Sally Menke
Scenografie di David Wasco
Arredatore Sandy Reynolds-Wasco
Costumi di Anna B. Sheppard
Titolo originale Inglourious Basterds
Durata 153 min.
Nazionalità USA, Germania
Colore Colore
Aspect Ratio 2:40
Sonoro SDDS, Dolby Digital, DTS
Ratings USA:R, Italia:VM14

Recensione
Tarantino colpisce ancora. Già, anche stavolta il regista italo-americano riesce a partorire un ottimo film - figlio della sua passione per i film di genere - nel quale riscrive completamente la storia sulla fine della II Guerra Mondiale. Tranquilli però, perchè non è (solo) un film di guerra, ma piuttosto una storia di storie che quasi rimanda ad una piece teatrale (divisa in 5 capitoli) in cui tratta di battaglie, vendette, inganni e altro ancora. Era dai tempi di Pulp Fiction (ormai erano passati 15 anni) che Tarantino non si dilettava in un film corale, raccontando una storia così intricata con una moltitudine di personaggi che vengono descritti nei 5 capitoli di cui si compone la pellicola, e che vengono fatti incontrare solo nel deflagrante finale. A proposito del cast, bravissimo Brad Pitt - qui più attore e meno sex symbol - che impersonifica un tenente USA al comando di una squadra di soldati ebrei con il compito di sterminare tutti i nazisti che incontrano, prendendo loro lo scalpo come "premio" di guerra. Monumentale poi la prova del semi-sconosciuto Christoph Waltz, fresco premio Oscar, qua nel ruolo del colonnello SS Landa, il perfido "cacciatore di ebrei.
In verità però il vero protagonosta è il cinema. Tutta la storia, fasulla ma realistica, mostra con raffinatezza l'amore del regista per la settima arte. Da notare come il film, pur essendo ambientato in tempo di guerra, mette in secondo piano l'azione, per poter dar risalto ai dialoghi (marchio di fabbrica di Tarantino) e all'alternanza tra lingue diverse, che danno vita ad un fantastico gioco di inganni e smascheramenti che mantengono alta la tensione dello spettatore. Bellissime in particolar modo la scena iniziale tra Landa e un pastore francesce e quella dell'incontro al bar con la spia tedesca, interpretata abilmente da Diane Kruger.
Il cinema quindi viene in questo senso elevato, col regista che utilizza questo suo amore costruendo attorno a questo tema un film di guerra che guarda caso si conclude in un cinema, ambientazione ideale per la scena finale in cui i vari personaggi convergono, e dove i buoni cercano di portare a termine la loro missione utilizzando come arma finale la stessa pellicola.
Senz'altro è il lavoro più personale del regista, che lui stesso, attraverso il personaggio di Pitt, alla fine definisce "il mio più grande capolavoro". Forse non lo sarà - d'altra parte è d'obbligo fare sempre i conti con l'opera d'arte di Pulp Fiction - ma senz'altro lo è per Tarantino, che continua a credere e ci fa credere che il cinema possa trionfare su ogni cosa e ci permetta di realizzare i propri sogni, in cui i cattivi muoiono sempre e gli eroi trionfano.
Daniele Mainardi

Trailer

Links utili
sito ufficiale:
pagina database internazionale:
pagina database italiano:

lunedì 15 marzo 2010

Alice in Wonderland

di Alberto Luschi


Scheda
Regia di Tim Burton
Sceneggiatura di Linda Woolverton (sceneggiatura)
Tratto dal libo di Lewis Carroll

Cast
Mia Wasikowska ... Alice
Johnny Depp ... Mad Hatter
Helena Bonham Carter ... Red Queen
Anne Hathaway ... White Queen
Crispin Glover ... Stayne – Knave of Hearts
Matt Lucas ... Tweedledee / Tweedledum

Musiche originali di Danny Elfman
Fotografia di Dariusz Wolski

Montaggio di Chris Lebenzon
Responsabile casting Susie Figgis
Scenografie di Robert Stromberg
Architetto-scenografo Tim Browning, Todd Cherniawsky, Stefan Dechant, Andrew L. Jones, Mike Stassi e Christina Ann Wilson
Arredatore Karen O'Hara e Peter Young
Costumi di Colleen Atwood

Durata 108 min.
Produzione USA 2010
Distribuzione Walt Disney
Data di uscita Mercoledì 3 Marzo 2010
Colore Colore
Aspect Ratio 1,85:1
Sonoro DTS, Dolby Digital, SDDS
Divieti USA:PG


Trama

Non va mai svelata
Recensione
Tagliamo subito la testa al film, per dirla alla Regina Rossa: Alice in Wonderland, ultima fatica di Tim Burton, non è il capolavoro che tutti aspettavano! Anzi, è ben lungi addirittura dal miglior Burton che conosciamo e amiamo. Intendiamoci è comunque un buon film, ma nel complesso un passo indietro nella carriera del geniale regista. Carriera che comincia a dare segni di sgretolamento da alcune pellicole precedenti,ma andiamo con ordine nell'analisi. Burton sostiene di non aver mai amato particolarmente le storie di Alice, ma al tempo stesso racconta di aver nutrito curiosità verso un'opera che da oltre un secolo affascina intere generazioni.
Con tale intento, del quale dubitiamo ad onor del vero, sembra si sia mosso nel dare un organico a racconti frammentati, anche in riferimento al precedente cartone disneyano (notare che qui produce la Disney). Di fatto il principale pregio di questo "Alice" risiede proprio nel coraggio del regista nell'affrontare un'opera ostica e di cercare di dargli una forma lineare ed una coerenza narrativa ad una follia apparentemente confusionaria. Purtroppo la pellicola vacilla in prims in questo tentativo: l'opera di Carrol era una follia lucida e organizzata e la forza risiedeva proprio in queste peculiarità. Burton, invece, ne smorza la follia creando un ibrido incompiuto con lacune di sceneggiatura (il rapporto negativo tra le sorelle regina bianca e regina rossa viene affrontato molto superficialmente). Aperto da un inizio macchinoso e forzato, il film procede a sussulti, complice anche una Mia "Alice" Wasikowska spenta e poco carismatica. I momenti migliori, non a caso, nascono dalla genialità degli interpreti "cattivi" ( su tutti un'eccelsa Bonham Carter) e da un Johnny Depp semplicemente fanatstico. Burton dal canto suo cerca di sollevare il film grazie alla sua proverbiale visionarietà, ma resta intrappolato da troppi effetti digitali che stancano lo spetattore creando un'atmosfera si elegante e colorata, ma certamente fredda: paradossalmente l'effetto meno disturbante è proprio il 3 D ! La trama comunque regge, seppur frammentaria, verso una meta vista altre volte (il finale in "sottomondo" ricorda il primo episodio delle "Cronache di Narnia"). In attesa di una poesia costantemente sfiorata, il regista ci lascia senza parole con uno dei finali più conformisti, consolatori e brutti della sua carriera. Resta una strana sensazione di soddisfazione appagata a metà.
Ci domandiamo come mai Tim Burton abbia perso un pò di smalto, accentuato da una produzione di pellicole non pù originali ma bisognose di attingere ad opere altrui (il Pianeta delle Scimmie, Willie Wonka e ora Alice in Wonderland). Un film, dunque, buono ma incompleto, a tratti coinvolgente ma nel complesso incapace ad attirare una seconda visione ed entrare di diritto nella storia del cinema. Rivogliamo il "vecchio" Tim, quello che ci faceva sognare con un paio di forbici e degli effetti di "cartapesta" (il nostro Roberto al cinema a colto nel segno): forse un cinema più antico, ma forse più poetico.
Per concludere, però, riconosciamo un merito a questo "Alice in Wonderland": il desiderio di rileggere l'opera di Carroll e l'aver messo in evidenza,quasi sessant'anni dopo, il genio assoluto di Walt Disney: l' "Alice" cartoon resta un opera inarrivabile di meraviglia visiva e folle poesia!

Alberto Luschi


sabato 13 marzo 2010

Si può fare

di Alberto Luschi

Scheda
regia di Giulio Manfredonia
sceneggiatura di Fabio Bonifacci e Giulio Manfredonia

cast
Claudio Bisio ... Nello
Anita Caprioli ... Sara
Giuseppe Battiston ... Dottor Federico Furlan
Giorgio Colangeli ... Dottor Del Vecchio
Andrea Bosca ... Gigio
Giovanni Calcagno ... Luca
Michele De Virgilio ... Niki
Carlo Giuseppe Gabardini ... Goffredo
Andrea Gattinoni ... Roby
Natascia Macchniz ... Luisa

musiche di Aldo e Pivio De Scalzi
fotografia di Roberto Forza
montaggio di Cecilia Zanuso
casting di Mirta Guarnaschelli
scenografia di Marco Belluzzi
costumi di Maurizio Millenotti

durata 111 min.
produzione Italia 2008
distribuzione Warner Bros Italia
data di uscita venerdì 31 ottobre 2008

Trama
Non va mai svelata

Recensione
Capita raramente negli ultimi anni di poter vedere un film italiano che vada oltre i soliti temi, le solite storie di mafia e sociologia spicciola; capita raramente se non con i soliti grandi nomi che, fortunatamente, quest'anno ci hanno regalato grandi emozioni ( si veda i vari Tornatore, Virzì e Rubini). Ancor più raro, in questo cinema italiano di commediole sceme simil gerazionali, trovare un regista non molto noto in grado di raccontare una storia piccola e così grande al tempo stesso: "Si può fare", per la regia precisa e delicata di Giulio Manfredonia, è uno di questi rari esempi. Storia di un sindacalista icompreso incaricato di dirigere una cooperativa sociale di persone uscite dai manicomi grazie alla legge Basaglia, il film racconta un'Italia dei primi anni '80 dal punto di vista dei suoi "figli" più emarginati.
Interpretato da un grandissimo Claudio Bisio, abile nell'amalgamare sfumature drammatiche e pù leggere, coaudiovato da un cast di "matti" così eccelso da ricordare "Qualcuno volò sul nido del cuculo", la pellicola si dipana tra i drammi e le crescite di un gruppo di disperati lasciati a loro stessi e a medicine anestetizzanti, salvati solo dalla carica ottimistica di questo sindacalista che vede in loro principalmennte uomini e donne lavoratori. L'antica rifelssione è matto colui che è considerato tale dalla società normale o è il contrario, viene aggirata intelligentemente per focalizzare l'attenzione sui sentimenti di persone che hanno sofferto e nascondono doti nascoste: i matti nel film non sbagliano ad incollare i francoboli, ma creano disegni nascosti col muovere in sequenza le buste (lo stesso principio del cinema, fotogramma dopo fotogramma). Restiamo affascinati dal film di Manfredonia nel veder esaltato il lavoro come forma di dignità umana: la busta paga non sono solo soldi, sono la possibiltà di ricrearsi una vita autonoma. Geniale la capacità del personaggio di Bisio nell'esaltare le qualità nascoste di "folli" che cercano solo un contatto umano (non siamo tutti un pò folli?): così dagli scarti di parquet nascono forme e immagini originali, proprio come tutti quei personaggi silnziosi ma colmi di cose da dire ( bellissimo il personaggio del matto che non dice mai niente ma esprime tutto con lo sguardo).
In una storia di drammi e sorrisi, di crescite interiori e consapevolezze sociali, osserviamo un' Italia fatta di gente confusa (non solo i matti, memorabile l'inizio con Bisio non compreso da chiunque) ma pronta a rialzare la testa se gliene viene data la possibilità, soprattutto attraveso il calore umano ed il lavoro.
Di questi film vorremmo vederne di più, vorremmo vederne una maggior produzione ed una miglior distribuzione. Consiglio, a chiunque ami il cinema della riflessione, di non perdersi questo gioiello. Il cinema italiano può ancora essere salvato se in giro ci sono artisti come Manfredonia e Bisio pronti a credere in storie di eomozioni vere...per dirla come loro, "si può fare".
Alberto Luschi

Trailer


Links
pagina database internazionale www.imdb.com
pagina database italiano www.mymovies.it

mercoledì 10 marzo 2010

Invictus - L'Invincibile

di Daniele Mainardi


Scheda
regia di Clint Eastwood
sceneggiatura di Anthony Peckham
basato su un romanzo di John Carlin "Playing the Enemy: Nelson Mandela and the Game that Made a Nation"
cast
Morgan Freeman ... Nelson Mandela
Matt Damon ... François Pienaar
Tony Kgoroge ... Jason Tshabalala
Patrick Mofokeng ... Linga Moonsamy
Matt Stern ... Hendrick Booyens

musica di Kyle Eastwood e Michael Stevens
fotografia di Tom Stern
montaggio di Joel Cox e Gary Roach
casting di Fiona Weir
scenografia di James J. Murakami
direzione artistica di Tom Hannam e Jonathan Hely-Hutchinson
costumi di Deborah Hopper e Daryl Matthee

titolo originale Invictus
ratings Kids+13
durata 134 min.
produzione USA 2009
distribuzione Warner Bros Italia

Recensione
A recensire sempre i film di Clint Eastwood rischio di essere ripetitivo. Purtroppo però sono costretto a farlo.
"Invictus" - che letteralmente significa imbattibile - è un appellativo che vale tanto per Mandela e il Sudafrica, quanto per il regista, che non sbaglia mai un colpo. Alla faccia dei suoi 80 anni che giustificherebbero una pensione più che meritata, Clint sforna uno dopo l'altro eccellenti film.
Va detto che "Invictus" non arriva ai livelli dei film precedenti: non è commovente come "Million Dollar Baby", nè stilisticamente perfetto come "Gran Torino", ma è comunque una gran bella opera.

Il film narra il percorso di pacificazione del Sudafrica grazie all'avvento di Mandela, divenuto Presidente nel 1994 dopo 27 anni di prigionia, e attraverso l'organizzazione dei Mondiali di rugby del 1995, che diedero risalto al lavoro fatto dal premio nobel per la pace. Compresa l'importanza simbolica dello sport nazionale, Mandela infatti si contrappose ai propositi di disfacimento degli Springbroks - la squadra di rugby del Sudafrica, frutto della politica dell'apartheid - e assieme al capitano Pienaar, pose come obiettivo apparentemente utopico la vittoria ai mondiali.
Tranquilli, non voglio svelare niente più della trama, anche perchè per sapere come va a finire la storia è sufficiente avere una minima conoscenza sportiva.
Il perdono - tematica centrale affrontata dal film di Eastwood - e la redenzione di un intero popolo, passano qua attraverso l'impegno del politico volto alla riappacificazione tra bianchi e neri in un paese segnato da decenni di crudeltà e sopraffazioni di una parte nei confronti dell'altra.
Il film traccia un'immagine Mandela più come un guru del popolo che come politico, un modenrno Gandhi che riesce a raggiungere i suoi obiettivi non tanto (o non solo) per le sue capacità a governare, quanto ad una sorta di ispirazione magica che lo circonda. La regia di Eastwood riesce a riconsegnarci un ritratto di coinvolgente amore per il prossimo, di speranza nel futuro e nella capacità dell'essere umano di renderlo migliore, ma segnato però da una venata aurea di malinconia per ciò che si è perso. In tutto questo una nota di merito va assegnata a Morgan Freeman, mostro sacro che anche stavolta ci degna di un'interpretazione magistrale, e che sembra essere "più Mandela del vero Mandela".
Accanto alla figura trascendentale del Madiba ruotano due figure fondamentali. La prima è quella del capitano della nazionale di rugby Pienaar, a cui dà il volto un Matt Damon talvolta un pò impacciato (ma il ruolo è quello) ma che comunque riesce a reggere - almeno in parte - al confronto col protagonista.
L'altra figura importante è quella della popolazione del Sudafrica. Forse il regista sarà stato un pò troppo retorico e filmicamente forzato nel dare un messaggio positivo, ma senz'altro riesce ad ottenere l'effetto sperato. Un film che mette a confronto due parti opposte di uno stesso paese non è certo una novità. Tuttavia la storia è in grado di coinvolgere lo spettatore attraverso pochi dettagli e scene tanto semplici quanto profonde - come la prima, in cui Mandela, appena uscito di carcere, percorre una strada divisa tra bianchi e neri - e che ci accompagnano nel percorso di trasformazione di una popolazione che si esalta per i successi della propria nazionale e che si ritrova alla fine del mondiale più unita e più vicina all'idea di nazione arcobaleno tanto ricercata dal presidente.
Un film tanto coinvolgente che alla fine già il solo sentire l'inno del Sudafrica fa venire i brividi, e che indica nella filosofia sportiva un linguaggio universale che è in grado di riunire uno accanto all'altro anche coloro che per troppo tempo sono stati divisi.
Daniele Mainardi

Trailer



Links
sito ufficiale invictusmovie.warnerbros.com
pagina database internazionale http://www.imdb.com/title/tt1057500/
pagina database italiano http://www.mymovies.it/film/2009/invictus/

THE HURT LOCKER


Titolo originale: The Hurt Locker


Nazione: U.S.A.

Anno: 2008

Genere: Drammatico, Thriller

Durata: 127'

Regia: Kathryn Bigelow

Sito italiano: www.videa-cde.it/thehurtlocker

Cast: Ralph Fiennes, Guy Pearce, David Morse, Jeremy Renner, Christian Camargo, Brian Geraghty, Sam Redford, Kate Mines

Produzione: First Light Production, Kingsgate Films

Distribuzione: Videa CDE, Warner Bros. Pictures

Data di uscita: Venezia 2008

10 Ottobre 2008 (cinema)

6 Oscar 2010 (miglior film, miglior regia, miglior sceneggiatura, miglior suono, miglior missaggio suono, miglior montagio)


TRAMA: NON VA MAI SVELATA

RECENSIONE:

"The Hurt Locker" è un film choc, soprattutto in conseguenza degli Oscar. "The Hurt Locker" è un filmetto, e ce ne dispiace soprattutto per la sua grande regista Kathryn Bigelow. Mai mi sarei aspettato tanti Oscar per un film così povero di contenuti, e adesso ne comprendo i motivi perchè così poche persone lo abbiano visto. Partendo dall'idea originale di filmare uomini che in Irak rischiano la vita disinnescando bombe anti uomo, il fil inizia con vigore e buona dose adrenalinica per poi volgersi verso la noia e la ripetitività di sequenze già viste in mille altri film. Scandalizza l'Oscar alla sceneggiatura per uno script che sciorina personaggi stereotipati e privi di introspezione psicologica: il "drogato" di adrenalina che fa il pazzo, il soldato che cerca di mantenere il fragile equilibrio, il soldatino che subisce i drammi psicologici di una guerra senza senso.





E che dire del prvedibile e stancante finale, dove l'ultima mezz'ora priva di idee incespica in un improbabile parentesi da film spionistico per poi tornare su binari retorici. La stessa regia della Biegelow, interessante e con sprazzi visivi d'effetto nei primi venti minuti con uomini palombari alieni in un mondo alieno, si perde in una camera costantemente a mano che non da certo il senso della fragilità della messinscena, ma anzi accentua la stanchezza verso una pellicola sopravvalutata.  6 immeritati Oscar ad un film che ha senza dubbio conquistato l'Academy con un voto politico e consolatorio, come lo era stato l'anno precedente il deludente "The Milionaire". Se proprio si doveva premiare un film di guerra o di critica ad essa, l'Academy si era già fatta scappare l'occasione con "Black Hawk Down" e il geniale "Jarehad" dove la guerra era frustrazione del non sparare nemmeno un colpo.
Un occasione mancata, un passo indietro all'interessante filmografia di questa splendida regista: "Point Break", forse troppo film d'azione per meritare un Oscar, al confronto di questo "The Hurt Locker" era un capolavoro. Saràper la prossima, con la speranza che l'Academy Awards torni a premiare l'Arte e non la politica. 



Alberto Luschi



































                                                         

SHUTTER ISLAND




Titolo originale: Shutter Island

Nazione: U.S.A.

Anno: 2009

Genere: Thriller, Drammatico

Durata: 138'

Regia: Martin Scorsese

Sito ufficiale: www.shutterisland.com

Cast: Leonardo DiCaprio, Mark Ruffalo, Ben Kingsley, Emily Mortimer, Michelle Williams, Patricia Clarkson, Max von Sydow, Jackie Earle Haley, Elias Koteas, Ted Levine

Produzione: Phoenix Pictures, Paramount Pictures, Hollywood Gang Productions

Distribuzione: Medusa

Data di uscita: 05 Marzo 2010 (cinema)

TRAMA:  NON VA MAI SVELATA

RECENSIONE:

Torna alla regia, dopo l'Oscar per "The Departed" e la parentesi documentaristica sui Rolling Stones, il grande maestro Martin Scorsese e lo fa con un film raffinato e spiazzante. Chiamato ad indagare sulla misteriosa scomparsa di una pericolosa paziente di uno ospedale psichiatrico arroccato su di un isola bunker, l'agente interpretato da Leonardo Di Caprio si avventurerà in un labirinto di follia e di oscure trame della mente: questa la sintesi, senza rivelare troppo, di un film dai quadrupli giochi e dalle atmosfere pulp - gotiche. Ammetto candidamente che avevo intuito l'evolversi della storia sin dai primi minuti (la conoscenza del cinema delle volte mi è nemica), ma riconosco che la trama in se, il suo dipanarsi verso canoni già affrontati in altre pellicole non è ne limitante nè il principale obiettivo di Scorsese. Un presto, tutt'al più, per girare un raffinato gioiello omaggiante i grandi classici degli anni quaranta. Agli spettatori attenti non sfuggirà il fatto che la pellicola sembra uscire dalle ombre di un cinema che non esiste più, un intreccio narrativo complesso che mette alla prova spettatori e attori: "Shutter Island" poteva, in tempi passati, essere diretto tranquillamente da Howard Hawks e Di Caprio copre, superbamente come pochi altri, un ruolo che sarebbe calzato a penello al mtico Humprey Bogart!

                                                           
A Scorsese non interessa se chi guarda sospetti il deja vù, gli interessa i labirinti della mente, la violenza e il dolore che si annida dentro ognuno di noi. Shutter Island è in primis una terrificante scoperta dell'Io scuro che si cela dietro ogni uomo. Di Caprio cerca la strada della verità sotto una legge morale che si rivela, con lo scorrere del tempo, labile come i fiammiferi che continuamente accende in cerca di una "luce" introvabile. Una luce scossa continuamente dall'oscurità e da una tormenta esterna/interna che manovra con la violenza tutti i fili di uomini perduti. Tutti viviamo e rischiamo di perderci nella nostra personale Shutter Island: in cima alla scala a chiocciola della nostra mente il buio ci aspetta sempre. Scorsese ce lo ricorda costantemente con una delle sue regie pù eleganti e rafinate, con una potenza visiva rara in quest'epoca di autori sterili coaudiovata dall'incredibile fotografia di Robert Richardson, dalle scenografia di Dante Ferretti e dalle musiche di Robbie Robertson. Molto vicino alle atmosfere allucinatorie di Cape Fear, Shutter Island rivela tutta la sua forza non nel prevedibile finale, ma nel sottofinale dove ognuno dovrà fare i conti con la propria morale. In sinstesi, un film più di atmosfere della mente che di coerenze, certo non un capolavoro ma un bellissimo Scorsese e soprattutt un tuffo nel passato, in quei film che ci facevano sognare e riflettere.

Alberto Luschi




martedì 9 marzo 2010

Up... and the oscar goes to Michael Giacchino

di Roberto Mangoni


titolo Up
musica di Michael Giacchino

data di pubblicazione 26 Maggio 2009
durata 53:12
etichetta Walt Disney Records
numero dischi 1
numero tracce 26
ASIN: B002A4ZN1A



Recensione
Nè ero certo. Doveva essere così. Diciamo che non c'era partita. Giacchino era il favorito nella corsa alla statuetta per la miglior colonna sonora. Temevo però che l'effetto Avatar (fin troppo penalizzato alla serata di premiazione) avrebbe sconfinato, premiando un pochissimo ispirato James Horner al posto di un ispirattissimo Michael Giacchino. C'è da dire che la concorrenza non era irresistibile, grandi nomi sì, ma non al meglio della loro forma. Ma questo non deve togliere merito a una vittoria meritatissima. Eh si, perchè Giacchino sembra essere qui apposta per dire che la vera musica, quella ispirata, quella che ha dentro delle vere melodie, può esistere ancora.
Michael è capace, e Up ne è l'esempio, di creare delle musiche originali (e non è poco di questi tempi) e piene di sorprese.
Le musiche di Up hanno la forza di esistere anche non accompagnate alle immagini, e associate al film hanno la forza e il merito di porsi da parte per farsi solo intuire e delicatamente accompagnare lo spettatore nel sogno del film. I brani di Up sono legati tra loro da una ferrea linea melodica che uniforma ma mai appiattisce la musica. Tutte le tracce, si intuisce subito, sono parte di un tutto e quel tutto è un'idea precisa: Up. Dentro ogni singolo pezzo troviamo un mare di sorprese, di inaspettate riprese tematiche riproposte in tutte le variazioni del caso e narrate con una rara inventiva compositiva. Basta ascoltare il primo brano (Up With Titles) ed ecco che ci viene proposto il tema di Muntz, l'esploratore tanto ammirato dal protagonista sin da bambino. Nel terzo brano del CD (la struggente Married Life) si presenta magistralmente il tema appena accennato nella traccia numero due (We're In The Club Now). È il tema portante del film che più che appartenere a Carl (il protagonista) rappresenta lo spirito vero di Up e dell'amore che c'è tra Carl e la defunta moglie. Che dire poi dell'interessantissima Seizing The Spirit Of Adventure nella quale i due temi si incontrano/scontrano nel giro di cinque minuti mozzafiato e si rincorrono impazziti in un turbinio di note.
Insomma, da i brani più delicati a quelli concitati e forti (ma mai rumorosi), vedi la bellissima e mai scontata Escape From Muntz Mountain, il CD di Up è sempre una scoperta.
Michael Giacchino sa comporre con semplice naturalezza e deliziosa inventiva, Micheal Giacchino, possiamo dirlo, è un vero compositore.
Roberto Mangoni





Tracklist
  1. Up With Titles Michael Giacchino 0:53
  2. We're In The Club Now Michael Giacchino 0:43
  3. Married Life Michael Giacchino 4:10
  4. Carl Goes Up Michael Giacchino 3:33
  5. 52 Chachki Pickup Michael Giacchino 1:14
  6. Paradise Found Michael Giacchino 1:03
  7. Walkin' The House Michael Giacchino 1:03
  8. Three Dog Dash Michael Giacchino 0:51
  9. Kevin Beak'n Michael Giacchino 1:14
  10. Canine Conundrum Michael Giacchino 2:03
  11. The Nickel Tour Michael Giacchino 0:52
  12. The Explorer Motel Michael Giacchino 1:26
  13. Escape From Muntz Mountain Michael Giacchino 2:43
  14. Giving Muntz The Bird Michael Giacchino 1:57
  15. Stuff We Did Michael Giacchino 2:13
  16. Memories Can Weigh You Down Michael Giacchino 1:22
  17. The Small Mailman Returns Michael Giacchino 3:11
  18. He's Got The Bird Michael Giacchino 0:29
  19. Seizing The Spirit Of Adventure Michael Giacchino 5:19
  20. It's Just A House Michael Giacchino 1:59
  21. The Ellie Badge Michael Giacchino 1:30
  22. Up With End Credits Michael Giacchino 7:38
  23. The Spirit Of Adventure Michael Giacchino 2:30
  24. Carl's Maiden Voyage Skywalker Sound 0:52
  25. Muntz's Dark Reverie Skywalker Sound 0:52
  26. Meet Kevin In The Jungle Skywalker Sound 1:32

Nominations e premi


VINTO - Academy Awards, USA 2010
Oscar per la miglior colonna sonora originale

NOMINATO - Academy of Science Fiction, Fantasy & Horror Films, USA 2010
Saturn Award Best Music

NOMINATO - Annie Awards 2010
Annie Music in a Feature Production

VINTO - Austin Film Critics Association 2009
Austin Film Critics Award Best Original Score

VINTO - BAFTA Awards 2010
BAFTA Film Award Best Music

VINTO - Broadcast Film Critics Association Awards 2010
Critics Choice Award Best Score

VINTO - Central Ohio Film Critics Association 2010
COFCA Award Best Score

VINTO - Chicago Film Critics Association Awards 2009
CFCA Award Best Original Score

VINTO - Golden Globes, USA 2010
Golden Globe Best Original Score - Motion Picture

VINTO - Grammy Awards 2010
Grammy Best Score Soundtrack Album for Motion Picture, Television or Other Visual Media

VINTO - Online Film Critics Society Awards 2010
OFCS Award Best Original Score

VINTO - Phoenix Film Critics Society Awards 2009
PFCS Award Best Original Score

NOMINATO - Satellite Awards 2009
Satellite Award Best Original Score

sabato 6 marzo 2010

IL FIGLIO PIU' PICCOLO


IL FIGLIO PIU' PICCOLO

regia:  PUPI AVATI

anno:  2009

TRAMA: NON VA MAI SVELATA

RECENSIONE:

Confesso di non essere un grande fan di Pupi Avati, perciò sono andato a vedere "Il figlio più piccolo" con dubbio e diffidenza: niente di più errato. Il nuovo film del regista bolognese è un'opera sincera sull'Italia dei furbetti di oggi, con inaspettati risvolti emozionali. Cinema italiano come non se ne vedeva da un pò, forse perchè da troppi anni cinema italiano è sinonimo di pellicole già viste su mafia e drammi non in linea con la vera realtà di tutti i giorni. Purtoppo, in una sala Medusa di venerdì sera, erava solo in undici su oltre duecento posti: ho finalmente ascoltato un film senza beceri intorno, ma me ne dispiaccio poichè questo film vale veramente una visione anche per il valore sociale. Storia di un padre assente ed arrivista che nel momento di crisi societario, coaudiovato dal consigliere truffaore (un magnifico e diabolicamente normale Luca Zingaretti), decide di passare tutti  guai all'erede dimenticato, l'ingenuo figlio più piccolo studente scarso di cinema.

                                         


Con un Christian De Sica immenso e degno di un David di Donatello, misero padre furbetto, una Laura Morante musa della recitazione ed un esordiente Nicola Nocella; avati ci descrive un'Italia volgare già vista altre volte ma da una nuova angolazione: dall'interno di una società di truffatori. Un Italia di piccoli uomini, un'Italia di meccanismi squallidi capaci di divorare e tradire la fiducia dei propri figli, lasciando loro solo debiti ed angosce. Il cinema sognato dal "figlio più piccolo" (cinema trash!) non basterà a salvarlo da una condizione sociale che non migliorerà mai. Tutti, sognando una gloria fatta di società di comodo, torneranno ad essere piccole genti nel traffico della città. Un Italia fatta di uomini illusi d esser arrivati, ma destinati a spegnersi su di un terrazzo di un anonimo palazzo di quartiere. Avati questa colpisce al cuore, se potete restituitegli il favore: non perdete un racconto sincero di un Italia che tutti fcciamo finta di non vedere.


 
Alberto Luschi




A SINGLE MAN

A SINGLE MAN

regia:  TOM FORD

anno:  2009

TRAMA: NON VA MAI SVELATA

RECENSIONE:

Alcune volte capita, a coloro che amano profondamente il Cinema, di assistere ad un esordio folgorante. E' ciò che è capitato a me, in una piccola sala dessè come non se ne trovano più, assistendo alla visione di "Asingle man" gioello d'esordio dello stilista Tom Ford. Storia di un uomo che, non riuscendo a superare la morte del compagno, affronta il suo (forse) ultimo giorno di vita in una "piccola" America degli anni '60, impreganta di paure comuniste, diversità, solitudine (la figura della sempre splendida Julianne Moore) e piccole menti incapaci di evolvere veramente. Un evoluzione negata ben verificabile nella farfalla "sbriciolata" dalle mani ingenui e crudeli della bambina vicina di casa. Nel film di Tom Ford tutti sono cristallizzati nei loro corpi urlanti un dolore che difficilmente esploderà. Assurdamente criticato come film esteticamente freddo al punto di soffocare le emozione, è in realtà un opera altamente studiata e capace di analizzare e far uscire sentimenti che il cinema ogni tanto dovrebbe esprimere. La cura delle immagini, l'attenzione dei particolari, i corpi perfetti e così vicini al corruttibile rappresentano perfettamente un' America dell'apparenza ma profondamente in crisi. Tale perfezione combacia perfettamente con il dramma vissuto dal protagonista, splendidamente interpretato da un Colin Firth da Oscar. Un personaggio ingabbiato in una perfetta apparenza carica di un dolore che non trova sbocchi se non, raro in un film, nella comprensione che la vita per quanto orribile deve esser vissuta per tutti quegli indimenticabili piccoli attimi di luce. E non è un caso che il film si apra e si chiuda in un bacio avvolto in una luce intensa, capace di contrastare la freddezza calore del dolore. Complimenti a Tom Ford, capace di raccontare un'intesa storia di consapevolezza con un rigore visivo impeccabile in quest tempi di immagini confuse (il cinema è rigore, Kubrick docet!). Grazi a Colin Firth per aver mostrato il dolore di una perdita e la rinascita che ogni uomo può assaporare.

P.S. :  un pensiero mi assilla dall'uscita del cinema. La pellicola a sfondo omosessuale ci avrebbe colpito altrettanto se fosse stata la storia di un uomo che non superava la perdita di una donna; probabilmente no. Questo significa che abbiamo ancora bisogno di parlare di certi temi.......anni 2000 non equivalgono necessariamente ad accettazione e civiltà!

Alberto Luschi

mercoledì 3 marzo 2010

Watchmen

Who watches the Watchmen?

Chi controlla i controllori?
Nella graphic novel - capolavoro di Alan Moore e Dave Gibbons - questo interrogativo compare sui palazzi di New York, indicando l'insofferenza della popolazione nei confronti dei vigilantes mascherati - appunto i Watchmen - che garantivano l'ordine pubblico in una società americana astratta, la quale, siamo nel 1985, è sull'orlo di una catastrofe nucleare dovuta alla guerra fredda con l'Unione Sovietica; Nixon è ancora al potere conquistando il terzo mandato, e la guerra del Vietnam è stata vinta grazie al Dr. Manhattan (l'unico vero supereroe del fumetto).
Tranquilli, non voglio svelare niente più di quello che già si osserva dai titoli di testa.
Già, partiamo dall'inizio: viene mostrata l'epoca dei "Minutemen", antenati dei moderni eroi, che è davvero molto bella e si accorda divinamente con "The times, they are a-changing" di Bob Dylan. Il regista Snyder - lo stesso di un altro capolavoro come "300" - riesce contemporaneamente a dare un forte senso di spleen del passato e a raccontarci tantissime informazioni importanti (forse troppe per chi non ha ancora letto il fumetto).
In pochi iniziali minuti di cinema c'è più ricchezza di idee e più capacità comunicativa di interi film. Basterebbe questo per consigliare comunque la visione della pellicola.

Quindi si mostra il contesto degli anni '80, in cui USA e URSS sono ai ferri corti e c'è la concreta minaccia di una guerra nucleare.
La vera storia ha inizio quando uno di questi eroi (il comico, interpretato egregiamente da J. D. Morgan), messi forzatamente in pensione, viene ritrovato morto.
Rorscharch, un ex collega incappucciato, comincia a indagare e questa ricerca porterà nuovamente alcuni di loro a ritrovarsi per scoprire cosa si nasconde dietro quella morte.

...lo so sto dicendo anche troppo ma è difficile resistere alla tentazione di parlare di ogni fotogramma del film.

Del fumetto capolavoro, il film riprende le immagini, i dialoghi e i testi, che in alcuni casi sono gli stessi che si leggono nel fumetto (e questo forse potrebbe essere una piccola pecca del film, che talvolta dà la sensazione di non aggiungere niente di nuovo).

Watchmen può essere descritto come un non-fumetto. Non parla di supereroi - infatti tranne il già citato Dr. Manhattan, gli altri sono persone "normali" - ma di esseri umani fragili, brutti, talvolta cattivi, che hanno fatto della protezione dei propri simili il loro mestiere e la loro ragione di vita.
I protagonisti sono degli anti-eroi, che navigano nell'ambiguità più totale, in un'atmosfera in cui bene e male si confondono, e dove i personaggi sono costretti a fare i conti con il proprio passato, rimpiangendo il passato che non c'è più ma soprattutto quello che (forse) si sarebbe voluto avere. Il tutto evocando nello spettatore un forte senso di inquietitudine che certamente cozza rispetto all'immaginario collettivo del "supereroe", ma che ce li fa apprezzare perchè si confrontano con le difficoltà di tutti noi, come sentirsi incapace di esprimere ciò che si prova alla donna amata o cercare invano una giustizia che non c'è.
Quello di Snyder è un film messo in mostra più che compiuto, una vera e propria opera d'arte che fa dell'uso del rallenty, dei flashback e delle scene spettacolari le sue punte di diamante, riprendendo appieno atmosfere e dialoghi della graphic di Moore.
Fantastica - per citarne solo una - anche la scena della guerra in Vietnam con la musica dela Cavalcata delle Valchirie, che omaggia lo splendido Apocalypse Now di Coppola, che vale da sola il prezzo del biglietto.

Senz'altro uno dei migliori cinefumetti mai realizzati finora, allo stesso tempo profondo ma che con naturalezza descrive una visione apocalittica - non tanto lontana dalla realtà attuale - in cui il mondo sfocia quotidianamente nella violenza, facendo cadere sul nostro sorriso un'indelebile goccia di sangue.

Daniele Mainardi

martedì 2 marzo 2010

Gran Torino

di Daniele MainardiScheda
regia di Clint Eastwood
sceneggiatura di Nick Schenk
soggetto di Dave Johannson e Nick Schenk

cast
Clint Eastwood ... Walt Kowalski
Christopher Carley ... Father Janovich
Bee Vang ... Thao Vang Lor
Ahney Her ... Sue Lor
Brian Haley ... Mitch Kowalski
John Carroll Lynch ... Barber Martin

musica di Kyle Eastwood e Michael Stevens
fotografia di Tom Stern
montaggio di Joel Cox e Gary Roach
casting di Ellen Chenoweth
scenografia di James J. Murakami e Gary Fettis
direzione artistica di John Warnke
costumi di Deborah Hopper

titolo originale Gran Torino
durata 116 min.
produzione USA 2008
distribuzione Warner Bros Italia

Recensione
Ogni volta che guardo un nuovo film di Clint Eastwood sono sempre un pò perplesso, perchè per il calcolo delle probabilità non può sempre fare dei capolavori. Ogni volta però vengo immancabilmente contraddetto.
Gran Torino è un film che trascende da qualsiasi etichetta: è allo stesso tempo drammatico e storico e colpisce per la facilità con cui il regista si confronta col tema della vita e della morte, che descrive uno spaccato dell'America multirazziale del nuovo millennio, dando degli spunti riflessivi importanti che ci permettano di capire meglio la strada da percorrere nella vita: mettere da parte diffidenze e differenze, lasciar spazio alle nuove generazioni insegnando loro come comportarsi correttamente, valutando bene in ogni momento quando è l'ora di agire e quando invece farsi da parte.
Il film non ha bisogno di effetti speciali o particolari vezzi narrativi per stupire e trascinare lo spettatore per quasi due ore, ci riesce e basta. E molto è dovuto alla capacità del regista-attore (non lo si vedeva da Million Dollar Baby e francamente ci mancava un sacco) di mostrare le due facce opposte dell'America all’interno di un unico personaggio, allo stesso tempo burbero e riflessivo.
Osservando l’evoluzione e il riscatto del protagonista (che si chiama non a caso Kowalski, lo stesso di Brando in "Un tram chiamato desiderio") e delle persone che gli ruotano attorno, è possibile capire molte cose su noi stessi, sulle contraddizioni e i pregiudizi che dominano la nostra vita.
Fantastica poi la similitudine della storia tra il protagonista, pensionato vedovo e scorbutico, e l'auto che dà il titolo al film: entrambi vivono in una forzata solitudine, fatta di pessimi rapporti con i figli, litigi con i vicini, tentati furti.
Uno dei maggiori punti di forza del film è poi il modo in cui viene trattato il tema dell’amicizia, da quella tra Clint e il giovane Hmong cui fa da mentore, a quella col barbiere italo-americano (favolosa la scena a tre nel negozio del barbiere), fino a quella con il giovane prete, che condensa in sè la semplicità e onestà dei principali interrogativi sulla vita e sulla morte, su ciò che rende una vita degna di essere vissuta e sul ruolo che la religione ha in tutto questo.

Certo, i più critici potranno avere qualcosa da ridire sulla varietà di espressioni facciali dell'attore - praticamente la stessa maschera riproposta per tutto il film - o il fatto che alcune scene sono un pò forzate - soprattutto quelle con scontri fisici.
Ma la cosa importante è un'altra: Gran Torino è un capolavoro perchè va dritto al cuore dello spettatore mostrando con semplicità la vita dell'essere umano che ha fatto dell'odio dai diversi da sè (i cosiddetti "topi di fogna") la sua ragione di vita e che, proprio quando si ritrova da solo, è in grado di redimersi facendo un passo verso l'Altro.

Daniele Mainardi

Trailer

Links
sito ufficiale
http://www.thegrantorino.com/
pagina database internazionale
http://www.imdb.com/title/tt1205489/
pagina database italiano
http://www.mymovies.it/dizionario/recensione.asp?id=57476

THE WOLFMAN


 THE WOLFMAN

regia: JOE JOHNSTON

anno. 2010

TRAMA: NON VA MAI SVELATA

RECENSIONE:

Remake del film omonimo del 1941 con Lon Chaney Jr. con Del Toro nella parte dell'uomo lupo, vessato da moltepilici riscritture, abbandoni di set, tagli e scene rigirate il film parte con un inizio promettente che sembra omaggare con rispetto l'originale e le atmosfere dei film horror divenuti cult in una America ancora ingenua. Purtroppo l'inizio è breve, e la pellicola mostra subito la sua pochezza di idee e l'incapacità di rivitalizzare dua storia che, se all'epoca terrorizzava giovani e meno giovani, oggi fa solo sorridere e risulta anticamente favolistica, quasi bambinesca. Certo Johnston non è il Coppola di Dracula, incapace nel reinventare figure antiche attraverso nuove chiavi di lettura e mezzi cinematografici moderni, ma il resto del cast non è da meno. Del Toro ci prova a dar forza al personaggio ma soccombe ad Hopkins che sembra ormai l'ombra di un attore. Il set gotico non salva una trama spicciola: l'originale metteva lo spettatore, all'epoca avaro di scene horror, continuamente difornte alla bestia; oggi lo stesso espediente sminuisce il fascino dell'uomo lupo rendendolo un poveraccio peloso che forse, tra brandelli di carne, cerca solo una lametta per radersi. Non bastasse tutto ciò, mentre il film si avviava verso un noioso finale, mi sono ritrovato ad un duello tra lupi mannari il quale è addirittura più patetico di quello di "Wolf - la belva è fuori" con Nicholson.
In sostanza: il lupo ha perso il pelo ed il vizio di terrorizzarci. Chiediamo cortesemente ad i produttori a corto di idee di non mortificare più gioielli del passato e di non fiaccare il nostro desiderio di cinema.

Alberto Luschi

lunedì 1 marzo 2010

A Serious Man

Trama: NON VA MAI SVELATA





Per molti amanti del cinema - rispetto ai lavori dei fratelli Coen - vale la regola del "i loro film li ami o li odi". Senz'altro "A Serious Man" non rientra nella prima categoria, tanto che la parte migliore del film è il prologo della storia, apparentemente estraneo, che fa riferimento a favole ebraiche legate alla maledizione degli spiriti.


La storia si concentra poi sul protagonista - un Fantozzi anni '60 che fa riflettere ma senz'altro fa fare molte meno risate - che da un giorno all'altro vede cadere addosso quel mondo che con tanta fatica si era creato.


L'atmosfera surreale e grottesca sviluppata egregiamente dai registi in passato (ad esempio Burn After Reading) stavolta sembra dare l'impressione di un'opera incompiuta, non ben sviluppata.


"A serious man" narra una storia che termina dove altri film hanno invece il loro punto centrale. Non sembra trasmettere alcun apparente significato, non c'è nessuna catarsi. Come dice uno dei rabbini, a cui lo sfigato protagonista chiede consiglio per cercare conforto, "non sempre tutto deve avere un significato". Di fatto "A serious man" non spiega nulla, almeno non in modo tradizionale.


Il fim è una sorta di commedia-non-commedia. Non si ride, a meno che non ci si sforzi di farlo, ma tutti i personaggi navigano in una zona grigia tra il grottesco e il dramma più puro.


Osservi le vicissitudini del protagonosta, un vero "uomo che non c'è", che subisce qualsiasi situazione senza mai dar niente di sè, senza minimanente reagire. Covi dentro di te la speranza che possa avere una reazione che pero' non arriva e che porta lo spettatore a rimanere seduto in poltrona...solo per capire bene il messaggio che si vuole lasciare.



Di positivo - come per gli altri film dei Coen - sono da notare la capacità di dar importanza ai ruoli minori (memorabili le figure dei rabbini), il tenere sulle spine giocando con una conclusione continuamente rimandata, l'attenzione ai piccoli particolari e tutte quelle scene allo stesso tempo ironiche e oppressive, come l'inseguimento del ragazzo che vuole indietro i suoi soldi.



In ogni caso risulta essere un film non all'altezza delle aspettative.

Daniele Mainardi